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sabato 13 febbraio 2016

«La Tesi di Cassiciacum ieri e oggi. La Chiesa ai tempi di Jorge Mario Bergoglio»

Parte II
(obiezioni e risposte, dalla n. 6 alla n. 10)


Nota : Il testo seguente consiste nella seconda parte della trascrizione (da registrazione personale) degli interventi estemporanei di risposta di Don Francesco Ricossa nella 2° parte del XIII convegno di Studi Albertariani (Milano 15 Novembre 2014). (Qui la prima parte).
XIII convegno di Studi Albertariani : 
“La Tesi di Cassiciacum ieri e oggi. La Chiesa ai tempi di Jorge Mario Bergoglio”
Milano 15 Novembre 2014

Obiezioni alla Tesi di Cassiciacum e risposte.
[nn. 6 - 10]


6. Il papa notoriamente è l’autorità suprema nella Chiesa ed è uno dei suoi fondamenti, e quindi sua componente costitutiva essenziale. Sappiamo inoltre che la Chiesa è indefettibile, come può dunque venire a mancare il suo fondamento, ovvero il papa? In caso di vacanza della Sede, vacanza stabile, non dovuta agli accidenti mortali della persona del papa – tra la morte di uno e l’elezione del suo successore – ci dovrebbe essere invece una mancanza abituale di qualcosa che è essenziale alla Chiesa. Non sembra così sufficiente il papato puramente materiale a salvaguardare questa mancanza, che comporterebbe un’assenza di qualcosa che è sostanziale alla Chiesa. Sembra invece che la Divina Provvidenza garantisca, come pure traspare dalla Pastor Aeternus una presenza sostanziale e fissa del papa nella Chiesa. 

Allora, ci sono due problemi: uno, quello che è citato, cioè di un documento del Concilio Vaticano I, nel quale viene definito ed è verità di fede che ci saranno sempre dei successori di Pietro sulla Sede Romana. Questa verità di fede è importantissima, tra l’altro contro dei sedevacantisti esagerati che possono dire “la Chiesa è finita”, “il Papato è finito” e cose di questo genere. Noi, che difendiamo la Tesi di P. Guérard, citiamo spessissimo questo documento del Concilio Vaticano, perché è una verità di fede e perché non si può trascurare questo motivo. Tuttavia è ovvio che il Concilio Vaticano non voleva definire che questa permanenza del successore di Pietro sulla Sede doveva essere una presenza in atto, cioè sempre, attualmente, tutti i giorni, c’è un successore di Pietro sulla Sede Romana. Perché? Perché ad ogni morte di papa o dimissione di papa o cose di questo genere c’è una vacanza. La vacanza c’è stata anche per svariati anni. Se durante il Grande Scisma non ci fosse stato un papa, è un ipotesi, sarebbe stato per decenni. Ragione per cui quello che fa parte dell’essenza di una cosa, non può mancare mai, in nessun momento. Se quindi l’esistenza di un papa in atto, cioè vivo e attualmente governante nella pienezza dei suoi poteri sulla Sede di Pietro fosse una verità di fede, e qualcosa di essenziale alla Chiesa, ne conseguirebbe che la Chiesa finisce e scompare ad ogni morte di papa, perché gli verrebbe a mancare l’essenziale. La Chiesa morirebbe veramente per risorgere con un nuovo papa: sarebbe una nuova Chiesa. È ovvio quindi che l’esistenza in atto di un pontefice, non fa parte dell’essenza della Chiesa. La Chiesa ha sempre un Capo, ed è Cristo il quale nella Chiesa in ordine governa ordinariamente tramite e assieme al pontefice, e quando invece così non è – e abbiamo visto Sant’Antonino – l’autorità, il formale, va in Cristo, che resta sempre Capo della Chiesa, “e più non morirà”, e sempre governa la Chiesa, mentre l’elemento materiale va nel collegio degli elettori. 

Quello quindi che dice questo canone del Concilio Vaticano, che quindi è verità di fede, e come dicono anche i teologi che lo commentano, è che sempre ci deve essere la possibilità di avere un papa sul trono di Pietro e la volontà della Chiesa di averlo. Questa possibilità è assicurata dalla permanenza del corpo elettorale e dalla volontà del corpo elettorale di darsi un papa [4]. Se p. es. nella Chiesa scomparisse il papa come nell’Impero Romano oramai che l’Imperatore non c’è più, si direbbe che l’Impero Romano è scomparso, quindi la Chiesa sarebbe scomparsa così come l’ha costituita Cristo, quindi con il Papato. Ma siccome il Papato rimane essenziale alla Chiesa, e l’intenzione di dare un papa, anche se magari non riesce, rimane nella Chiesa (il corpo elettorale che può provvedere rimane nella Chiesa), questo fa sì – è una difficoltà forte ma che non è dimostrativa –che la Tesi è sempre valida e sostenibile. L’obiezione non dimostra. 

Piuttosto [è il secondo problema] un’altra cosa: il problema dell’indefettibilità. Cosa vuol dire? Naturalmente uno che non ha la fede non si pone il problema: finito l’Impero Romano, può finire la Chiesa Cattolica, etc. Il credente sa che non è così: le porte dell’inferno non prevarranno. L’indefettibilità vuol dire non solo che la Chiesa come istituzione continuerà, [cioè] tra duemila anni ci sarà un’istituzione che si chiama Chiesa Cattolica, ma anche che persisterà come l’ha fondata Cristo. Perché se la Chiesa avesse la stessa etichetta ma l’essenza cambiata, non sarebbe più la Chiesa di Cristo. Deve quindi continuare così come l’ha fondata Cristo: con l’episcopato, con il papato, con i Sacramenti, con la medesima dottrina che hanno predicato gli apostoli. Ora, il grosso problema è: se noi riconosciamo la legittimità adesso di Bergoglio e prima di Paolo VI in poi, la Chiesa può essere considerata indefettibile? No. Chi sostiene la legittimità da Paolo VI a Bergoglio, quindi che sono veramente papi, dice che lo vuol fare tra l’altro per mantenere l’indefettibilità della Chiesa: la Chiesa non può essere scomparsa, le porte dell’inferno non possono aver prevalso. Ma attenzione: il fatto che la Chiesa continui, non vuol dire che continua solo esteriormente, da un punto di vista sociale, giuridico; cioè uno che è considerato papa, anzi che è riconosciuto da tutti, anche dallo Stato, ecc. ecc., questo c’è senza nessun dubbio. Bisogna che continui la medesima Chiesa che ha fondato Cristo. Se noi diciamo che quello che fa Bergoglio oggi, continuamente, tutti i giorni abitualmente – qualcosa di buono farà anche –, abitualmente in maniera convergente è quello, bisogna dire che è quello che fa Cristo. È così? Possiamo dire questo? Noi, se riconosciamo questa autorità diciamo che Cristo e lui sono una stessa cosa. Ora, Cristo non può essere contro Cristo, il Pastore non può essere con i lupi. Gesù è con Pietro, ma Gesù non può essere contro Gesù, e Gesù non può essere con i lupi. Non è possibile, sarebbe una contraddizione, sarebbe veramente un venir meno. 

Se diciamo: la nuova messa è cattiva – la fsspx lo dice e ha ragione – inaccettabile: ecumenista, protestante, tutto quello che volete, che sia valida o no è un’altra questione (per me non lo è, ma è un’altra questione), basta dire che è cattiva, non è buona, è qualche cosa di grave. Ma chi l’ha fatta la nuova messa? L’ha fatta il papa, Paolo VI ch’è pure beato, quindi l’ha fatta la Chiesa : il papa è il capo della Chiesa. La nuova messa chi l’ha fatta? La Chiesa. La Chiesa ha fatto qualcosa di cattivo. Adesso non voglio dire “è infallibile, non è infallibile”, in realtà noi sappiamo, potrei dimostrare – qui l’ho scritto abbondantemente – che tutti i teologi cattolici e il magistero della Chiesa più volte hanno detto che non è possibile che la Chiesa non dico obblighi, ma anche permetta una disciplina liturgica o canonica che sia contraria al bene, alla santità, al Cristianesimo, al Vangelo, etc., che sia cattiva: è impossibile. Ma in ogni caso, a parte questo, chi l’ha fatta? La Chiesa? Se l’ha fatta la Chiesa non ho che due spiegazioni possibili: la messa nuova è buona o, se è cattiva, non viene dalla Chiesa. Se viene dalla Chiesa viene da Cristo. È Cristo che governa, è Cristo che santifica, è Cristo che insegna. Quindi l’ecumenismo e tutto il resto, anche se non è infallibile, anche se non è insegnato infallibilmente, pastoralmente ecc. ecc. ... sono quarant’anni che l’insegnamento quotidiano di tutto l’episcopato in unione con Wojtyla [e coi suoi predecessori e successori] è l’ecumenismo, abitualmente, costantemente. E le anime seguono quello. Viene dalla Chiesa? Viene da Cristo? La risposta è no. Cristo maledice l’ecumenismo, assolutamente, non ce nessun dubbio. L’indefettibilità non è assicurata, ma è negata in questo modo. 

Coloro che dicono è papa ma sbaglia tutto o sbaglia tanto, mantengono loro sì un manichino di papa, un nome, un’apparenza. Tanto è vero che i più coerenti, i più seri nella fsspx hanno ideato questa teoria del papa in atto primo ma non in atto secondo, cioè è ontologicamente papa, è papa ma non fa niente del papa: non parla da papa, non agisce da papa, non insegna da papa, non celebra da papa, tutti gli atti che fa sono nulli, sono invalidi, perché non vuole fare nulla. Non è infallibile, non può esserlo perché non vuole essere infallibile, non vuole insegnare, non vuole obbligare, non vuole fare le leggi, etc. Prima di tutto non è vero: le vuole fare! Ma se fosse vero – e in un certo senso lo è – è la prova che non vuole essere papa. Perché se io non voglio insegnare, non voglio essere infallibile, non voglio costringere con le leggi all’obbedienza, non voglio dare i sacramenti [che obbligano alla fede] ecc. ecc., non voglio fare il papa: non accetto. Quindi quando i più coerenti e più seri della fsspx dicono questo, mantengono un’apparenza di papa, ma in realtà ammettono che non lo è. Non lo vogliono ammettere ma è così. 

7. Un’altra obiezione sul problema di mancanza di giurisdizione in atto della Chiesa. I vescovi fedeli, secondo la spiegazione della Tesi di Cassiciacum, sono privi di giurisdizione abituale, così pure come i loro preti. Ma non sembra opportuno e possibile che la Chiesa resti senza giurisdizione alcuna. Non sembra che sia uno stato compatibile con la sua indefettibilità. Un problema questo anche per l’amministrazione di alcuni sacramenti come il Matrimonio e la Confessione. 

È il seguito di prima. Uno di questi scrittori più seri, un sacerdote della fsspx che ha esposto prima a parole poi per scritto – ne abbiamo parlato anche personalmente, e devo ammettere che, come dice una malalingua veneta, mi ha messo in difficoltà –, don Mauro Tranquillo… Non vorrei distorcere il suo pensiero ma sostanzialmente, per riassumere come l’ho capito io, la cosa è così. Io stesso ho insistito parlando delle consacrazione dei vescovi (ne ho parlato anche qui) su una verità che è insegnata dal Magistero ordinario della Chiesa, ovverosia: la giurisdizione del vescovo e tutta la giurisdizione ecclesiastica viene da Dio – perché tutto viene da Dio – tramite il papa. È quello che i conciliari negano, che in Lumen Gentium viene tolto. Però il Magistero della Chiesa fino a Pio XII, quindi il Magistero della Chiesa “e basta”, dice questo. “Bene, dice don Tranquillo, se tutta la giurisdizione della Chiesa viene dal papa e voi dite che il papa non c’è assolutamente, cosa ne consegue? Che la chiesa è totalmente priva di giurisdizione, non c’è più potere di giurisdizione in nessun modo”. E quindi già questo pone problemi per l’indefettibilità, etc. Nella Risposta al Dossier sul sedevacantismo ho risposto [5]. Ma la cosa che colpisce di più la gente è l’esempio che adduce: “Siccome nel Sacramento di Penitenza la giurisdizione è necessaria per la validità” – e aggiungo: di Diritto divino – “se non c’è il papa, ch’è fonte di tutta la giurisdizione, nessuno ha più giurisdizione per confessare, e quindi le confessioni sono tutte invalide. Questo è impossibile – e soprattutto sarebbero le nostre – ergo resta il papa”. Un papa che non fa niente, che non insegna, che non fa leggi, che non promulga, che sta lì solo per rendere valide le confessioni di don Tranquillo. E poi le rende valide senza volerlo, perché dice: “tu non hai nessun ministero legittimo nella Chiesa”. Ma per qualche “piega” del diritto canonico la giurisdizione arriva anche lì… 

L’errore di fondo (adesso non voglio ridurre a un minuto quello che meriterebbe di essere trattato in maniera molto più attenta, perché è un’obiezione intelligente, come intelligente è la persona che l’ha fatta) è una confusione, di cui mi sembra che don Tranquillo non parli (se mi sbaglio mi correggerà), tra la giurisdizione in foro interno e la giurisdizione in foro esterno. Qui ho le fotocopie del Manuale di teologia morale [1935] di Merkelbach, che è un domenicano tomista, in cui parlando del potere delle chiavi, “Sacramento di Penitenza”, fa proprio questa distinzione [6]

«Una cosa è la giurisdizione del foro della Chiesa o foro esterno, che riguarda direttamente e in modo primario il regime, il governo e l’utilità pubblica della Chiesa; altra la giurisdizione del foro di Dio interno, che in maniera diretta e primaria concerne l’utilità privata di ogni fedele. La prima è la potestà ecclesiastica e sociale concessa dal Pontefice di propria autorità, e quindi da essa deriva come causa principale; l’altra è una potestà non ecclesiastica ma divina ch’è concessa per l’autorità propria di Dio» . 

Dopo di che, Merkelbach spiega [che] il potere della chiavi di cui si parla e che viene dal Vangelo, è concessa al sacerdote come giurisdizione in foro interno – in confessione quindi – con l’ordinazione sacerdotale. Quindi il potere di confessare, come si sa, è dato dall’ordinazione sacerdotale, che dà il potere delle chiavi e la giurisdizione in foro interno, che non viene dal Papa ma viene da Dio. È vero che è necessaria la giurisdizione in foro esterno, perché il sacramento dell’Ordine dà al sacerdote il potere di confessare ma bisogna che abbia dei sudditi, e i sudditi glieli dà il Papa. È il Papa che dice “tu sei parroco lì” o “tu hai il potere di confessare là” ecc. ecc. I sudditi li dà il Papa, ma il potere di confessare lo dà Dio con l’Ordinazione. Ora, in “stato di necessità” don Tranquillo dice che i sudditi ce li abbiamo, e conseguentemente quella che è una questione puramente ecclesiastica si risolve con lo “stato di necessità”, mentre invece il potere della giurisdizione per confessare radicale viene da Dio. La mancanza di distinzione tra questa giurisdizione in foro interno ch’è divina, e la giurisdizione in foro esterno ch’è ecclesiastica è la falla nel ragionamento. È vero che “ogni giurisdizione viene da Dio nella mediazione del Papa”, ma questo vale solo per la giurisdizione in foro esterno; la giurisdizione in foro interno, per il bene privato del singolo fedele, come il potere delle chiavi, viene direttamente da Dio [7]. Così non dico io ma dice Merkelbach e gli altri autori che trattano della cosa.

8. Obiezione che potremmo trovare anche nella Scrittura in un certo qual modo. È sostenuto dai Padri che dopo la Pentecoste, gli Apostoli mai peccarono se non venialmente, eppure San Pietro fu riprovato da San Paolo. Ora, San Paolo aveva una particolare elezione divina nonché il carisma apostolico, ma il problema fu la posizione erronea di San Pietro. Quindi sembrerebbe che anche il papa possa errare su questioni di dottrina. Alcuni basandosi su questo fatto, dicono che gli errori espressi dai papi da Paolo VI in poi sono piuttosto in predicando ma non in docendo, si potrebbe quindi fare un’analogia con l’attitudine dei papi conciliari e dello stesso Concilio, che è, per loro stessa ammissione, un Concilio pastorale privo di volontà docente. Si potrebbe sostenere quindi che le dottrine erronee dei nostri tempi siano non un problema di insegnamento ma una pratica in predicando, sui cui pure San Pietro sembrò scivolare senza però mancare nell’insegnamento e nel suo ufficio petrino

Qui ci sarebbe molto da dire sul Magistero, sulle modalità del Magistero straordinario, ordinario, etc., sulle questioni di fede e di morale, sull’oggetto secondario [di infallibilità], etc. Ma dovremmo fare un convegno speciale sul Magistero. Vi rinvio a questo proposito agli ottimi articoli di don Murro su Sodalitium, dove ne ha scritti molti. Alcuni dicono: “Voi sedevacantisti dite che qualunque cosa fa il papa è tutto infallibile, etc.”. Non è vero assolutamente, ma nello stesso tempo sfido chiunque a trovare in un documento del Magistero dove si parla di errori nel Magistero del papa: questo non l’ho trovato da nessuna parte. Bisogna credere semplicemente, quando il papa parla, a quello che dice: se dice che quella cosa è di fede, se dice che quella cosa è certa, se dice che quella cosa è probabile, se dice che è un’opinione. E allora che cos’è? Quello che dice che è, semplicemente (quindi è una cosa più facile di quello che può sembrare): può farlo in maniera solenne o in maniera ordinaria

Ma a parte questo (e chiudiamo una parentesi che pure è molto importante e che c’entra molto con una parte della Tesi di cui non ho parlato, quella del Magistero ordinario e universale) parliamo dell’incidente di Antiochia, quindi di San Pietro che, ad un certo punto, per non rendersi ostili alle frange più giudaizzanti, quando prima era con i pagani non rispettava le prescrizioni mosaiche, poi quando era con gli Ebrei diventati cristiani per timore rispettava le prescrizioni mosaiche. San Paolo lo rimproverò per questo, in quanto comportandosi a questo modo poteva far credere ai cristiani che venivano dal paganesimo che anche loro dovessero comportarsi così e quindi bisognasse giudaizzare, cioè mantenere le usanze mosaiche che invece sono finite. (A meno che si segua Bergoglio, che nell’unica enciclica [finora scritta] ha detto che le due alleanze sono ancora in vigore, così Wojtyla che a Magonza disse la stessa cosa: ormai c’è una continuità di tradizione modernista). La risposta è semplice: è un’offesa blasfema a San Pietro, paragonare il caso di San Pietro con quelli che occupano la Sede da Montini fino a Bergoglio. Ma volete fare il paragone? In realtà, dottrinalmente, l’insegnamento di San Pietro quale è stato? L’insegnamento di San Pietro è stato sempre e solamente il medesimo di San Paolo, il medesimo di tutta la Chiesa. Nel cosiddetto Concilio di Gerusalemme è stato deciso, e quindi non si giudaizza in nessun modo : la legge mosaica non obbliga più. Quindi l’insegnamento di San Pietro è chiarissimo. Allora sarebbe come dire che il Concilio Vaticano II ha insegnato che la libertà religiosa è un errore (il che è vero che è un errore, non che il Vaticano II l’ha insegnato). E noi ci porremo dei problemi su Montini, ma scherziamo? Se avesse detto che la libertà religiosa è un errore saremmo tutti contenti. San Pietro a Gerusalemme, non ha detto che giudaizzare bisogna, ha detto di no. “Ah, ma nella pratica però…”. Nella pratica non ha fatto sempre così : non è stato abituale. È un episodio, in cui si è corretto subito. Questi qui si sono corretti? No. 

Aggiungo di più: è un episodio in cui non faceva qualche cosa che necessariamente andasse contro la fede o la morale. Tant’è vero che San Paolo stesso, in alcune circostanze, ha preso delle precauzioni nei confronti dei suoi nemici numero uno: Timoteo l’ha fatto circoncidere lui, eppure non ha scritto San Paolo mille volte che “se mi faccio circoncidere la fede non vale niente”? Sì. Questo l’ha fatto affinché Timoteo non fosse cacciato via da tutte queste persone, perché non aveva avuto circoncisione quando era figlio di un ebreo, ecc. ecc. Quindi per evitare guai, per evitare problemi… Come pure San Paolo è andato nel Tempio e ha praticato il nazireato. Ha fatto male? No, ma si tratta solo di scelte contingenti prudenziali. Poiché San Paolo in quel momento pensava che la scelta prudenziale contingente di San Pietro era imprudente per le conseguenze che venivano fuori, l’ha detto a San Pietro. San Pietro ha detto: “grazie tanto, non me ne ero accorto” e il problema è risolto lì. Poter paragonare un caso di questo genere con quello che stiamo vivendo oggi è fuori dal mondo, è assolutamente impossibile. È un’offesa gravissima per San Pietro. 

9. Come faremo ad uscire dalla Sede vacante. Se la Tesi è veritiera, come avverrà il riconoscimento di un vero papa? Quando verrà ad occupare la Sede petrina, chi si potrebbe esprimere sulla sua cattolicità? L’ostacolo, l’obex di cui parla la Tesi all’assunzione del munus petrino da parte degli eletti da Paolo VI in poi, riguarda inoltre un fatto interiore dell’eletto e quindi di per sé insondabili, difficili da giudicare anche per la Chiesa. Inoltre, nell’attuale situazione, non v’è un’autorità che possa esprimersi contro gli occupanti della Sede di Pietro. I fedeli sembrano abbandonati ad un inammissibile stato di incertezza. Si lascia alla loro coscienza individuale di aderire alla Tesi o meno. Data l’importanza della materia, la cosa non potrebbe sembrare possibile. 

Anche qui ci sono cinque o sei obiezioni in una, c’è il rischio di non ricordarsi di tutte. Allora prima di tutto, quando a Dio piacendo ci sarà un vero e legittimo Pontefice formaliter e materialiter che occuperà la Sede di Pietro – siccome queste modalità hanno una forma canonica e giuridica che deve essere garantita dall’autorità della Chiesa (quindi come minimo da un Concilio generale dei vescovi che vorranno farlo imperfetto) – evidentemente non ci saranno dubbi, almeno nel senso che ci saranno atti giuridici esteriori e chiari che si pronunceranno in questo senso. Proprio per evitare inconvenienti, c’è questa necessità. Quello che dobbiamo fare è augurarci che chi può farlo lo faccia e lo faccia quanto prima, anche se per ora non c’è nessun segno che ciò avvenga. Si può pensare che oltre alla soluzione canonica, non possiamo vietare a Dio di fare dei miracoli, ma dei miracoli che rispettano la struttura gerarchica e canonica della Chiesa, quindi saranno fatti in pro e in beneficio di chi deve agire – che però [ora] non ha nessuna voglia di agire – [e] gli darà delle grazie particolari per faro. Può darsi che il crescere degli errori attuali diventi così grave e così grande che finalmente qualcuno apra gli occhi, ed io spero e prego per questo. Per cui sono molto più contento da questo punto di vista di Bergoglio che di Ratzinger: sinceramente per noi è, nel male, una grande grazia. Lo so che non sempre vale il tanto peggio tanto meglio, non è tanto meglio tanto peggio ma è lo stesso male nascosto o manifestato, meglio manifestato che nascosto. 

Per il resto, nella Risposta al Dossier sul sedevacantismo in risposta alla Tradizione cattolica ho parlato – basta rileggerlo – sulla questione dell’autorità di noi o di altri, ecc. ecc. Non tutte le certezze devono essere necessariamente, giuridicamente, dichiarate da una sentenza della Chiesa. Oggi pioveva a dirotto; ora, per essere certi che pioveva a dirotto e che quindi bisognava prendere un impermeabile e pure l’ombrello non ho bisogno di una definizione della Chiesa. Quindi, che noi non dobbiamo essere in comunione con Bergoglio o seguire la sua dottrina non c’è bisogno di una definizione della Chiesa, questo è chiaro per chiunque abbia la fede. 

Quanto all’obex, se sia nascosto, abbiamo visto le difficoltà: le intenzioni interne non le giudichiamo, né di Montini, né di Wojtyla, né di Ratzinger, né di Bergoglio. Che cosa c’è nel loro animo? Vogliono il bene della Chiesa o vogliono distruggerla? Sono affiliati a qualche setta oppure sono dei cattolici in buona fede? Sono dei modernisti? Penso che siano dei modernisti, nel senso stretto del termine. E questo fa capire che il modernista mette assieme, nell’esperienza religiosa, l’agnostico e il credente. Il che è una contraddizione nei termini. È questo il problema: il modernismo. I numeri dei Cahiers de Cassiciacum dopo il n. 1, contengono degli studi di P. Guérard sulla “patologia della fede”: due sono usciti e uno è rimasto inedito: uno sulla eresia, uno sullo scisma e il terzo sul modernismo. Intesi come patologia della fede, come una malattia che, purtroppo, fa sì che ci siano persone che hanno una coscienza falsata. Ma noi non giudichiamo. Magari - ipotesi benevola - pensano che sia l’unico modo per evangelizzare l’uomo moderno e pensano che noi siamo dei tipi che non capiscono nulla. Noi non dobbiamo badare a quello che loro sono nell’interno, quello lo sa e lo giudica Dio. 

– Non c’è un ateismo nascosto dietro? – Sostanzialmente penso di sì. San Pio X dice che il modernismo è la strada per l’ateismo, Pio XI dice che l’ecumenismo è la strada per l’ateismo. A leggere Bergoglio nella risposta a Scalfari, quello che mi ha colpito di più non è stato tanto il passo sulla coscienza che pure è impressionante, è quando parla di Gesù. Non lo dice chiaramente, non lo dice che per lui Gesù non è Dio – penso che magari lui penserà che Gesù è Dio, non lo so – ma certamente si avverte un nestorianesimo fortissimo nel modo di parlare: nel suo modus loquendi Gesù sembra un uomo che ci parla del Padre. Per es. Boff, che loda Francesco ed è lodato da Francesco, su questo è esplicito, è un neo-nestoriano. E d’altronde tutta la corrente moderna è sostanzialmente così. Quindi purtroppo è vero, c’è una via per l’ateismo. Però non spetta a noi dirlo, anche perché parlano di Dio dal mattino alla sera. Magari dicono una volta che Dio non esiste, e un attimo dopo che esiste. 

Cosa possiamo dire? Giudichiamo gli atti esteriori. Questi atti, nella loro natura, nella loro finalità intrinseca non procurano e non possono procurare il fine e il bene della Chiesa. Questo non in maniera accidentale, episodica, ma abituale e costante, e quindi è impossibile che sia Cristo che faccia tutto questo assieme a loro. 

10. Cos’è lo scisma capitale di cui parlava P. Guérard? 

Questo è [l’argomento di] uno dei numeri dei Cahiers de Cassiciacum dedicati alla patologia della fede; dopo aver parlato dell’eresia parla dello scisma. Lo scisma capitale non è lo scisma così come normalmente è definito, ma è come uno scisma che “si mette nel Capo”, in questo caso in chi occupa la Sede apostolica, e che consiste nel non avere questa intenzione abituale, che lo separa da Gesù Cristo e dalla Chiesa. E questo si ripercuote a tutti coloro che partecipano a questo scisma, riconoscendo questa autorità. Non si tratta quindi di uno scisma nel senso canonico del termine.

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Note.
[4] «Notiamo che questa successione formale ininterrotta si deve intendere moralmente, così come lo comporta la natura delle cose : successione di persone, modo elettivo, come ha voluto Cristo e ha compreso tutta l’antichità cristiana. Questa perpetuità non esige quindi che tra la morte del predecessore e l’elezione del successore non ci sia alcun intervallo, né che in tutta la serie dei pastori nessuno possa essere stato trovato dubbio; ma s’intende con essa una successione di pastori legittimi, tale che mai la sede pastorale, anche vacante, anche occupata da un titolare dubbio, possa realmente essere reputata incorsa nella mancanza di successori [tombé en déshérence] ; ossia che il governo dei predecessori persevera virtualmente nel diritto della sede sempre in vigore e sempre riconosciuto, e che sempre abbia anche perseverato la cura [le souci] di eleggere un successore (Ch. Antoine, De Ecclesia).» (R.P. Goupil s.j., L’Eglise, 5ème édition, 1946, Laval, pp. 48-49, cit. in : B. Lucien, La Situation actuelle de l’autorité dans l’Eglise, 1985, p. 103; corsivi nel testo [tr. it. d.r.]).

Così il Billot:

«Quando si dice che questa successione è durata sempre senza mai interrompersi, non si vuole dire che nessun intervallo di tempo sarebbe trascorso tra la morte del papa e l’elezione del suo successore, né che non ci sia assolutamente nessuno in tutta la genealogia la cui legittimità sarebbe dubbia. Si vuol dire che i pastori si sono succeduti gli uni agli altri in maniera tale che la loro sede non ha mai cessato d’essere occupata, anche quando era vacante o quando il suo titolare era dubbio. In tal modo, il governo precedente continuava ad esercitarsi virtualmente attraverso i diritti di questa sede che restavano sempre in vigore e che erano sempre riconosciuti, e si manteneva la cura [le souci] di designare un successore in tutta certezza. È in questo senso che la successione non è stata interrotta : a condizione di negare l’interruzione nella misura in cui questa è compatibile con il soggetto materiale della successione e corrisponde al modo umano della successione, in un governo in cui il soggetto del potere è designato per un’elezione, come il Cristo ha voluto quando ha istituito la Chiesa.» (Card. L. Billot, Traité de l’Église du Christ, I. Sa divine institution et ses notes [1921], qu. 6 sur l’apostolicité, nota 54 [tr. it. del redattore dalla traduzione francese dell'Abbé Gleize]).

«Cum dicitur perennis et nusquam interpolata successio, non sic accipias velim, quasi nullum deberet interponi intervallum temporis inter mortem praedecessoris et electionem successoris; neque etiam quasi nullus omnino sit in tota serie, de cuius legitimitate dubitetur. Sed intelligitur talis successio pastorum ita sese excipientium, ut nunquam Sedes etiam vacans aut per dubium titularem occupata cessasse dicenda sit : quatenus regimine antecessorum virtualiter perseverante in iure Sedis semper vigente et semper agnito, semper etiam de certo successore habita est cura. Ita enim fit ut non interpolata sit successio, accipiendo negationem interpolationis secundum quod fert indoles materiae, et humanus modus succedendi in regno electivo, ad cuius normam Christus Ecclesiam suam noscitur instituisse.» (Ludovico Billot s. j., Tractatus De Ecclesia Christi, sive Continuatio Theologiae de Verbo Incarnato, Tomus Prior: De credibilitate Ecclsiae, et de intima ejus constitutione, Editio Tertia, Prati 1909, Quaestio VI, p. 260, nota 2. [reperibile on-line qui]).

[5] Settembre 2003.

[6] A questo punto il relatore ha proceduto alla lettura del testo originale latino, fornendo subito dopo la traduzione qui riportata nel testo.

[7] N.d.r.: Difatti, la giurisdizione in foro interno, che inerisce il carattere sacerdotale, non può essere utilizzata contro e a prescindere completamente dalla giurisdizione papale (vedi qui). Il sacerdote che riceve una valida e legittima ordinazione non ha di per sé diritto ad amministrare i Sacramenti a prescindere dall'attribuzione della giurisdizione canonicamente richiesta. L’eccezione è costituita dalla situazione presente (se di eccezione si può in fondo parlare, o non più semplicemente di fattispecie o caso limite); per cui, nell'esercizio del ministero sacerdotale in una tale congiuntura, “per il bene privato del singolo fedeleci si riferisce legittimamente alle essenziali prerogative assolutorie del sacerdote in foro interno, purché validamente ordinato (Cfr. Abbé H. Belmont, Juridiction pour les confessions en temps de crise, on-line, tr. it. qui). Nella Chiesa in ordine, il sacerdote senza giurisdizione – a fortiori senza alcun “titolo“ – non amministrerebbe abitualmente in maniera valida il Sacramento della Penitenza, per il semplice motivo che, pur avendo ricevuta l’Ordinazione, non avrebbe diritto di farlo: non agirebbe a nome di Dio e della Chiesa, ma, commettendo sacrilegio, amministrerebbe invalidamente il sacramento.

I sacerdoti della fsspx p. es., almeno prima della remissione della “scomunica” (pur rimanendo anche successivamente “sospesi a divinis”), potevano pretendere con ragione di confessare validamente solo avvalorando implicitamente la vacanza (formale) della Sede. Non potevano richiamarsi alla legittimità dello “stato di necessità” comunemente inteso per l’esercizio abituale del loro sacerdozio, e obiettivamente, da un punto di vista canonico, non potevano che considerarsi degli “intrusi”. Difatti, privi della giurisdizione, l’esercizio del loro ministero sacerdotale straordinario di confessore avrebbe avuto valore solo in aritculo/periculo mortis, mentre la supplenza concessa per lo stato di necessità in caso di “errore comune” avrebbe potuto aver luogo solo se possessori di “titolo colorato” (ch’è conferito a colui che è almeno ordinato con mandato apostolico, sebbene attualmente privo di giurisdizione). Alcuni sostengono che anche senza “titolo colorato”, in caso di “errore comune” il sacramento è comunque valido (rimanendo illecito). In questo caso però – ora non più, dopo le “concessioni” recenti – erano proprio i sacerdoti della fsspx a dire ai fedeli che esercitavano il loro ministero senza alcuna giurisdizione, ponendosi quindi da se stessi, esplicitamente, nell'irregolarità, cioè anche al di fuori dell’errore comune.

Con ciò le dichiarazioni rilasciate p. es. nel 2005 dal “cardinale” Castrillón Hoyos (al tempo Prefetto della Sacra Congregazione per il Clero e presidente della Pontificia Commissione Ecclesia Dei), che lasciavano intendere (come puntualmente avvenuto) che la validità delle consacrazioni/ordinazioni implicasse automaticamente quella dei Sacramenti amministrati (in primis la Confessione), potrebbero giustificarsi solo alla luce delle novità conciliari in materia di sacerdozio, non in virtù della dottrina tradizionale che la fsspx dichiarava “verbalmente” di far propria. “Verbalmente”, appunto, perché concretamente, in pratica, le possibili ragioni a sostegno della “liceità” di una posizione così oggettivamente scismatica, potevano e possono provenire solo dalla professione ecumenista “conciliare”.

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