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sabato 13 febbraio 2016

«Tesi di Cassiciacum e crisi nella Chiesa»

Parte I

Nota : Il testo è la prima parte della trascrizione della video-intervista rilasciata da Don Francesco Ricossa nel 2007 (che ho solo cercato di sistemare per rendere più fruibile alla lettura). Ovviamente l’intervista non sostituisce i contributi più organici rilasciati da Don Ricossa nella rivista Sodalitium o quelli editi dallo stesso Centro Librario, ma datane l’immediatezza e linearità, potrebbe benissimo rappresentare per chiunque una esaustiva prima introduzione alla questione. (Qui la seconda parte).

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Intervista a
Don Francesco Ricossa I.M.B.C.
(07/08/2007)

sbobinatura [1]

Parte I

1. Siamo qui con Don Francesco Ricossa uno dei fondatori dell’Istituto Mater Boni Consili ed attualmente suo superiore. Don Ricossa, può raccontarci qualcosa di lei e dell’Istituto? Quand’è stato fondato, perché e quali sono i progetti più immediati di quest’istituzione?

L’Istituto Mater Boni Consili è stato fondato nel Dicembre del 1985, a Torino. Eravamo quattro sacerdoti ordinati da Mons. Lefebvre; abbiamo lasciato la Società [Sacerdotale San Pio X] di Mons. Lefebvre in quel periodo. Oramai sono passati ventidue anni da quel momento. Durante questo periodo abbiamo mantenuto ed approfondito una linea dottrinale, che ancor oggi ci sembra corrispondere alla realtà, nella difesa della Dottrina della Chiesa. L’Istituto ha una vocazione dottrinale molto forte, ovverosia ci sembra impossibile fare del bene veramente alla anime se non nella buona dottrina. Quali sono le prospettive? Noi cerchiamo di fare, di svolgere tutto il ministero che la Chiesa e Gesù Cristo affidano ad un sacerdote, e quindi innanzi tutto la celebrazione della Santa Messa secondo il Rito Romano (che viene chiamato, a volte, Rito di San Pio V ma che non risale certamente a San Pio V ma ai primi secoli della Chiesa Romana), e questo in ogni luogo in cui ci sia possibile celebrarlo. Il tutto per la Gloria di Dio e poi per il bene delle anime, convinti come siamo che questo rito sia quello che esprime la Fede della Chiesa Cattolica, e quindi con il rifiuto più assoluto della riforma liturgica del Vaticano II; poi con l’amministrazione dei sacramenti, anch’essi secondo gli antichi riti della Chiesa; e con la predicazione (che non ha l’autorità [giuridica], evidentemente, ma [ch’è svolta] per mantenere quella missione di Gesù Cristo: “andate, predicate, insegnate”), la predicazione della Verità, di tutto quello che il Signore ci ha insegnato nel Vangelo; nella difesa del Magistero dell’insegnamento della Chiesa Cattolica e quindi anche, inevitabilmente, nel condannare l’errore. Questa predicazione si fa non solamente nella celebrazione della Messa, ma anche con la buona stampa, quindi con i libri – abbiamo un centro librario –, con i giornali – abbiamo un bollettino, un periodico e vari altri giornali che difendono le posizioni che ci sembrano corrette in questo momento –, con le conferenze laddove noi stessi riusciamo ad organizzarle, oppure alle quali altri ci invitano. Infine c’è anche l’opera benefica, perché cerchiamo di venire in aiuto alle persone bisognose, soprattutto alle famiglie, nella pratica delle opere di misericordia. Abbiamo anche un’opera per i ragazzi e le ragazze, per l’educazione della gioventù (aiutiamo una congregazione religiosa che ha fondato già da tanti anni una scuola), [organizziamo] poi campi estivi per ragazzi e ragazze, [nei quali] cerchiamo di fare – in questa società nella quale i giovani non hanno più nessuna formazione cristiana – una formazione cristiana cattolica, almeno in quindici giorni di serenità e di formazione religiosa.

2. I sacerdoti e i fedeli dell’Istituto poggiano la propria formazione dottrinale sulla Tesi di Cassiciacum. Può illustraci brevemente di cosa tratta la Tesi e perché è stata scritta?

Noi non dobbiamo propriamente parlare “dei fedeli [dell’Istituto]”: sono persone che hanno fiducia nel nostro Istituto, perché appunto condividono questa famosa Tesi, di cui a volte tanto si parla ma di cui poco si conosce. Questo nome che può sembrare strano, “Tesi di Cassiciacum”, viene da una rivista che fu pubblicata nei primi anni Settanta, una rivista in francese (Cahiers de Cassiciacum). L’autore, colui che pubblicava la maggior parte degli articoli e che, più che articoli, erano veri saggi di teologia, era Padre Michel Louis Guérard des Lauriers [o.p. (1898 – 27/02/1988)], un religioso domenicano, sacerdote, ch’è stato docente al Saulchoir, la scuola di teologia dei Domenicani francesi (dalla quale purtroppo sono venuti anche tra gli artefici principali del Concilio [Vaticano II], padre Congar e padre Chenu). Era anche docente alla Pontificia Università Lateranense a Roma, quando ne era Rettore Mons. Piolanti. Ebbene, Padre Guérard era una delle figure di spicco per la sua preparazione dottrinale e teologica, per il ruolo che svolgeva nell’insegnamento e nell’educazione cattolica, ed una figura di spicco tra coloro che si sono opposti alle riforme del Concilio Vaticano II. Il contributo inizialmente più importante che egli diede fu il Breve esame critico del Novus Ordo Missae, che i cardinali Ottaviani e Bacci presentarono a Paolo VI sottoscrivendolo – ed è in pratica la nata di nascita, il documento ancor oggi più importante riguardo alla opposizione alla riforma liturgica –, il secondo passo di capitale importanza fu poi lo studio del problema dell’Autorità nella Chiesa, da qui appunto “Tesi di Cassiciacum”. Come si pone questo problema? È un problema che nessuno avrebbe voluto porsi prima che la Chiesa vivesse la situazione di oggi, ed è difficile nel corso di questa intervista esporre una tesi che necessariamente è molto delicata e approfondita.

In poche parole. Innanzitutto il tema: la situazione dell’autorità nella Chiesa in questo momento, dopo la crisi aperta dal Concilio. Il punto di partenza è che vi sono alcune affermazioni dell’ultimo Concilio – che poi sono state approfondite, confermate, spiegate, e portate a conseguenze ulteriori dall’insegnamento che ha seguito il Concilio fino ad oggi – che sono in opposizione e in contraddizione, o come in contrarietà, con l’insegnamento già definitivo della Chiesa Cattolica. Naturalmente questo è il primo punto da dimostrare, il primo passo, ma in questo tutti coloro che, pur non ammettendo la Tesi cosiddetta di Cassiciacum, si sono opposti alle novità conciliari sono d’accordo. Brevemente, quali possono essere questi punti? Sono molti. La Tesi ha insistito soprattutto su di uno, quello della dottrina insegnata dalla Dichiarazione conciliare Dignitatis Umanae Personae, affermante il diritto della persona umana – che [per gli estensori] sarebbe stato però anche insegnato da Gesù e dagli Apostoli – alla libertà religiosa. Diritto che vale non solamente per coloro che professano la vera Religione, ma anche per coloro che professano una falsa religione. Qualunque dottrina, qualunque insegnamento [ha diritto di essere professato] e – viene precisato anche nel testo del Concilio – questo diritto [è valido], non solo per coloro che lo fanno in buona fede pensando di seguire la verità, ma anche di coloro che non lo fanno in buona fede, cioè che si rendono conto di errare (DH n. 2) [2] . Ora questo insegnamento sulla libertà di religione e di coscienza, che ha poi una valenza anche per le leggi dello Stato – cioè lo Stato dovrebbe riconoscere nel proprio ordinamento questa libertà di religione e di culto, che si estende quindi a tutti i culti e a tutte le religioni – questa dottrina è prima di tutto in contrasto con la prassi della Chiesa Cattolica, con la pratica della Chiesa durante lunghissimi secoli, sempre, e con la dottrina dell’insegnamento della Chiesa che sono stati fissati con grande precisione p. es. con l’Enciclica Quanta cura di Papa Pio IX che, condannando il liberalismo cattolico (e la libertà di religione è uno dei capisaldi di questa corrente di pensiero), affermava che questa dottrina era contraria all’insegnamento della Scrittura, quindi alla Rivelazione, quindi alla Fede. Mentre invece il Concilio mette in connessione necessaria con la Rivelazione la propria dottrina sulla libertà religiosa. Vi son però altri punti che sollevano enormi difficoltà. Attualmente p. es. molto si discute della dottrina di Lumen Gentium, ch’è forse il documento più importante del Concilio [Vaticano II] sulla Chiesa, e questo documento dà una idea della Chiesa che non corrisponde con quella che la Chiesa Cattolica ha insegnato sempre, e con il documento di pochi anni prima Mystici Corporis di Papa Pio XII. Sia a proposito della “collegialità”, sia a proposito della comunione con la Chiesa, sia a proposito del fatto di sapere chi appartiene alla Chiesa cattolica, sia a proposito del ruolo per la salvezza che può essere svolto da quelle che vengono chiamate le chiese o le comunità ecclesiali non unite alla Chiesa Cattolica, queste dottrine sono in contraddizione con quello che la Chiesa ha insegnato in maniera più o meno maggiore. Contraddizione che poi troviamo, soprattutto con la prassi [della Chiesa], nel documento sull’Ecumenismo Unitatis Redintegratio, ch’è un capovolgimento della dottrina che Pio XI, ad es., ha espresso in maniera categorica condannando il movimento ecumenico con l’enciclica Mortalium animos. Questi sono solamente degli esempi tra tanti altri del problema sollevato dal Concilio.

Se veramente, e questo è il punto, c’è un’opposizione di contraddizione tra alcuni insegnamenti del Vaticano II e il magistero infallibile e definitivo, irreformabile, della Chiesa, ecco che il credente non può non porsi questa difficoltà: com’è possibile che ciò sia accaduto? Data, cioè, l’infallibilità del Papa, l’infallibilità del Concilio e della Chiesa, l’assistenza divina alla Chiesa e al Papa che ha promulgato questo documenti. Siccome il Concilio stranamente non si è dato l’attributo di Magistero solenne, come avrebbe dovuto essere, ma solo del massimo grado, la massima espressione del Magistero ordinario, alcuni hanno pensato che il Concilio aveva rinunciato ad ogni infallibilità. Praticamente una dottrina opinabile. Ma non è esattamente così, perché anche il Magistero ordinario quando è universale, quando trova cioè riuniti i Vescovi con il Papa, nell’insegnare una dottrina come Rivelato o comunque connessa con il Rivelato, godono dell’assistenza divina, e quindi della infallibilità. Le affermazioni del Concilio avrebbero quindi dovute essere garantite, almeno alcune di esse, dall’infallibilità. E non lo sono. Non per un giudizio nostro personale, perché allora noi saremmo i giudici del Magistero, ma per l’impossibilità del credente di aderire ad una proposizione che contraddice qualche cosa che già la Chiesa ha definito, e quindi a qualche cosa cui noi dobbiamo aderire di già. L’intelletto umano è incapace di aderire nello stesso tempo, sotto lo stesso punto di vista, a delle proposizioni contraddittorie. Non è un rifiuto, è un’impossibilità. Ragione per cui l’unica soluzione, che Padre Guérard des Lauriers ha intravisto, è appunto quella di trovare la spiegazione a questo fatto, teologicamente, nell’Autorità. In effetti, il magistero dei Vescovi senza il Papa non è mai infallibile, lo è sempre e solo quando sono uniti all’insegnamento del Papa. Se quindi Paolo VI, colui che occupava la Sede di Pietro, e ha promulgato questo documenti, per un motivo qualsiasi non era in realtà il Sommo Pontefice, allora si spiega il fatto che questi documenti abbiano potuto essere promulgati “nello Spirito Santo” pur essendo erronei. Non è quindi la Chiesa che insegna l’errore, come ha pensato Mons. Lefebvre, non è quindi la Chiesa che ci dà poi una liturgia – com’è avvenuto in seguito nel 1969, ma già a partire da ’65 – inficiata di protestantesimo, e quindi cattiva in sé stessa, o come dissero i cardiali Ottaviani e Bacci, “che si allontanava nell’insieme come nei dettagli dalla Dottrina cattolica definita e difesa dal Concilio di Trento”, non è possibile che sia la Chiesa, il Vicario di Cristo che ci hanno dato questo. Ma, allora, se non viene dalla Chiesa tutto si spiega. È possibile che ciò che non viene dalla Chiesa non sia buono, mentre invece ciò che viene dalla Chiesa non può non essere buono e santo. Quando Benedetto XVI insiste perché si riconosca che il nuovo messale è valido, ha valore ed è santo, questa è un’affermazione che ha tutta la sua logica se si riconosce che il nuovo messale viene dalla Chiesa, perché ciò che viene dalla Chiesa non può che aver valore ed esser santo. Ma se invece non venisse dalla Chiesa – come non viene – ecco che può non avere valore ed anche non avere le garanzie di santità. Quindi l’autorità [che l’ha promulgato] non era una vera legittima autorità.

[Questa è] una prima prova, quindi una prova deduttiva. Poi vi è una prova induttiva, ovverosia l’autorità legittima della Chiesa deve volere in maniera oggettiva – cioè poco ci importa di sapere le intenzioni soggettive magari buonissime di coloro che hanno fatto questa rivoluzione conciliare – nei fatti, ed abitualmente, in maniera costante, il bene ch’è anche il fine della Chiesa. Nel bene e nel fine della Chiesa vi è, come minimo, la condanna di ogni eresia, di ogni errore, un insegnamento integro della verità, la celebrazione del Sacrificio della Messa, l’amministrazione santa e dovuta dei Sacramenti. Se coloro che occupano la Sede di Pietro non assicurano in maniera oggettiva e abituale questo bene e fine dell’Autorità, non possiedono per il fatto stesso l’Autorità. Anche in questo caso noi constatiamo il fatto che non sono [divinamente] assistiti. Questo non vuol dire che non ci possa essere un’Autorità che non presenti deficienze mancamenti difetti, ma questi difetti, questi limiti che ogni uomo ha, non intaccano ciò che è il bene e il fine stesso della società – quindi la Gloria di Dio e la salvezza della anime mediante l’insegnamento integro della Fede e l’amministrazione pura dei Sacramenti, la celebrazione del Sacrificio. Se, come Mons. Lefebvre e Mons. De Castro-Mayer dicono e dimostrano, ciò non accade più con la riforma del Concilio, sia liturgica che dottrinale, allora bisogna concludere che coloro che promuovono queste novità non hanno l’Autorità.

La Tesi di Cassiciacum però (mi scuso di essere così lungo, ma salto molti passaggi persino) non vuol andar oltre. Secondo questa Tesi si può giungere solamente fino all’affermare che Paolo VI e i suoi successori che si dicono e si vogliono difensori dell’insegnamento, della liturgia e del Concilio, non hanno l’Autorità divinamente assistita, ch’è l’essenza stessa, secondo i termini scolastici, o la forma del pontificato. Non possiamo però concluderne, come invece alcuni hanno fatto – saremmo all’opposto di Mons. Lefebvre, andando ancora oltre nel senso opposto – ch’essi siano formalmente eretici. In effetti l’eresia, il peccato più grande contro la fede è il negare o il mettere in dubbio con pertinacia una verità di fede rivelata. Ebbene noi non possiamo averne la certezza, perché anche qualcuno che professasse in maniera pubblica e ripetuta, anche per lungo tempo, una dottrina eretica, non è ancora per il fatto stesso – o almeno non ne abbiamo la prova – formalmente eretico. Non abbiamo cioè la prova della pertinacia, ch’è l’altro elemento necessario (l’elemento materiale è dire della cose eretiche). L’elemento formale, anche nell’eresia, è la pertinacia, cioè non il ripetere per lungo tempo questa opinione sbagliata, ma il farlo sapendo che la Chiesa insegna il contrario, che la Rivelazione gli è opposta, e nonostante ciò opporglisi. Questa è la pertinacia, e noi non ne siamo certi, anzi apparentemente costoro pensano d’essere essi stessi il Magistero, l’insegnamento della Chiesa, e quindi pensano di continuare questo medesimo insegnamento. Può darsi che nel loro foro interno si rendano perfettamente conto di non sviluppare in maniera omogenea, non esplicitare l’insegnamento della Chiesa, ma non di contraddirlo. Tuttavia essi non dicono “noi rifiutiamo il Vaticano I e il Concilio di Trento”, pretendono invece di svilupparlo, di precisarlo, di esplicitarlo. Quindi la loro posizione apparentemente vuole essere ancora cattolica. Per avere la certezza che essi hanno perso la virtù della Fede bisognerebbe che un’autorità che può parlare in nome della Chiesa chiedesse loro di ritrattare gli errori commessi. Sarebbe quindi compito dei cardinali, dei vescovi residenziali di muovere in nome della fede e della dottrina della Chiesa queste monizioni a chi occupa, di fatto, la Sede di Pietro, dicendo loro: “Voi vi allontanate dalla dottrina della Chiesa”. Questo non è stato fatto e quindi, fin che ciò non sarà fatto, secondo quella prassi che molti teologi del passato – Giovanni di San Tommaso, Gaetano, San Bellarmino, Sant’Alfonso con posizioni ed opinioni diverse – avevano comunque previsto, non si potrà concludere, a questo punto, dell’eresia formale di coloro che occupano la Sede di Pietro.

Quindi ecco che la Tesi dice, parlando di oggi: Benedetto XVI non ha formalmente l’Autorità, divinamente assistita, ma nello stesso tempo è ancora materialmente papa. Nel Papato si distingue, al seguito della dottrina di San Tommaso, e particolarmente esplicitata dal commentatore di Santo Tommaso il card. Gaetano, un aspetto formale, ch’è l’Autorità divinamente assistita, e un aspetto materiale, il fatto che tale persona sia stata designata in una elezione canonica per occupare la Sede di Pietro. Cosa fa in effetti un Papa? Nessuno nasce tale. L’elezione del Vicario di Cristo avviene in questo modo: dal basso, cioè dagli uomini, vi è la designazione, l’elezione fatta dai cardinali, poi vi è un atto umano, un altro, che è l’accettazione di chi è stato eletto – è questo l’aspetto materiale –, ed infine vi è dall’alto il fatto che Cristo, che è il capo invisibile della Chiesa, dà a questo eletto l’Autorità divinamente assistita, l’ “essere con”, il fatto di “Io sarò con voi”, il fatto che Cristo e il Suo Spirito sono con l’eletto assistendolo, governando e insegnando alla Chiesa tramite di lui abitualmente. Noi pensiamo, appoggiando questa affermazione con le prove date prima, che nel momento dell’elezione vi sia stata certamente la designazione da parte dei cardinali, e questo è l’aspetto materiale, vi sia stata poi l’adesione puramente esteriore con un ostacolo (un “obice” [lat. ob(i)ex], un impedimento) che viene dalla mancanza di questa «intenzione oggettiva ed abituale di procurare e di realizzare il bene e il fine della Chiesa», che ha impedito quindi a Cristo di dare a quest’eletto l’Autorità.

Siamo quindi come in sospeso. Nel momento in cui la persona designata – in questo momento il cardinale Joseph Ratzinger – levasse l’ostacolo, volesse quindi oggettivamente e realmente, abitualmente, il bene e il fine della Chiesa, condannando quindi in qualche modo gli errori che si diffondono negli ultimi quarant’anni, proclamando nuovamente in maniera integrale la dottrina e l’insegnamento della Chiesa, restituendo alla Chiesa la sua liturgia, con l’esclusione però, questo il punto, di riti inaccettabili, in quel momento egli diventerebbe, lui o un suo successore, poco importa, la vera e legittima Autorità della Chiesa Cattolica. Si risolverebbe così, almeno nel suo vertice, la crisi che stiamo attraversando. Dico nel suo vertice, perché ormai l’errore, lo spirito d’errore, di disobbedienza, di scisma si è diffuso in maniera tale che molti fedeli, e soprattutto molti membri del clero e i “vescovi”, chiamati così, che occupano le varie sedi, non accetterebbero [di riconoscerlo come tale]. Se ci fosse un vero e legittimo Papa ci troveremmo di fronte ad un vero ed autentico scisma, ad un vero movimento di eresia mosso da tutti questi modernisti i quali non accettano la Chiesa Cattolica com’è sempre stata, la rifiutano. Ne abbiamo un piccolissimo esempio in tantissimi occupanti delle sedi vescovili, anche solo di fronte al “Motu proprio [Summorum Pontificum cura]”, che non è ciò che dovrebbe essere, ma anche solo quella piccola cosa, il fatto che si possa dire in maniera più “larga” la Messa Romana, ha provocato la loro rivolta, la disobbedienza: “noi non lo permetteremo mai”. Ma almeno le cose sarebbero chiare: Roma parlerebbe di nuovo, e quindi non avremmo più che da seguire quel “faro di verità” ch’è sempre stato Roma. Nell’ambito di quel movimento di resistenza agli errori del modernismo, che si diffondono negli ultimi quarant’anni nel seno e nelle viscere stesse della Chiesa, [questa] è la posizione corretta.

Invece ritengo che vi siano due posizioni non corrette, una a suo tempo difesa da Mons. Lefebvre, cioè: “l’Autorità è legittima ma sbaglia”, quindi il Papa e la Chiesa sbagliano; oppure la posizione di sedevacantisti più estremi i quali sembrano dire quasi che la Chiesa sia finita perché non abbiamo più nessuna possibilità di avere un legittimo Papa sul trono di Pietro. Costoro si mettono spesso, non tutti ma alcuni, in una posizione di fine del mondo ma, come sappiamo, Gesù ci ha detto “nessuno sa il giorno o l’ora”, e che assomiglia a volte alla mentalità dei protestanti. Quindi, noi cerchiamo di evitare questi due “scogli” che alcuni hanno preso e sostenuto in buona fede perché pensavano che era il miglior modo per difendere la Tradizione della Chiesa. Ci sembra che Padre Guérard, che aveva la competenza necessaria per farlo, abbia avuto veramente quell’equilibrio per poter evitare l’uno e l’altro “scoglio” e di condurre la nave dei cattolici fedeli alla Tradizione al largo senza fare naufragio.

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Note.


[2] «[…] A motivo della loro dignità, tutti gli esseri umani, in quanto sono persone, dotate cioè di ragione e di libera volontà e perciò investiti di personale responsabilità, sono dalla loro stessa natura e per obbligo morale tenuti a cercare la verità, in primo luogo quella concernente la religione. E sono pure tenuti ad aderire alla verità una volta conosciuta e ad ordinare tutta la loto vita secondo le sue esigenze. Ad un tale obbligo, però, gli esseri umani non sono in grado di soddisfare, in modo rispondente alla loro natura, se non godono della libertà psicologica e nello stesso tempo dell’immunità dalla coercizione esterna. Non si fonda quindi il diritto alla libertà religiosa su di una disposizione soggettiva della persona, ma sulla sua stessa natura. Per cui il diritto ad una tale immunità perdura anche in coloro che non soddisfano all’obbligo di cercare la verità e di aderire ad essa, e il suo esercizio, qualora sia rispettato l’ordine pubblico informato a giustizia, non può essere impedito» (DH n. 2).

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